Fashion E-Commerce: NastyGal è il business-case dell’anno!

Posted in E-Commerce, Innovazione, Omni-Channel by Tagged condivisione, contenuti, e-Commerce, fashion, Social-Commerce, Social-media, tassonomia

sohpia-amoruso-nasty-gilrs-e-commerce-fashion

Nasty Gal” tradotto (non letteralmente ma a senso) credo possa suonare “fighetta odiosa” o più gergalmente “figa di legno“, direbbe il Milanese imbruttito.

La “fighetta odiosa” è quella che quando vai alla festa (magari di un tipo di nome Alfonso) orgogliosa del tuo ultimo acquisto, bella, fiera, che sembri quasi in vena, con il tuo nuovo maglioncino fluo, proprio come quello della rivista che hai visto dal parrucchiere, è quella che sta nell’angolo perfettina con le sue due amichette magrette e antipatiche e, malcelando il quella ghigno-smorfia commenta:

nooo ma quella invece di prendere il maglioncino verde lime ha preso il giallo canarino che non avrebbe comprato nemmeno un cane… hihihi, non se po’ vede’.

Odiose. E non sei nemmeno più in vena…

Ebbene era il 2006 quando Sophia Amoruso (immagine di testata naturalmente) ha deciso che avrebbe voluto fare il suo e-commerce ideale perchè nessuno capiva un c#### e pigliavano tutti un sacco di canarini invece che di lime. Sophia ha voluto fare un sito che più che un e-commerce fosse il paradiso di tutte le “fighette” “odiose come lei, Nastigal.com, appunto.

Cosa distingueva quell’e-commerce da tutti gli altri, perchè sarebbe dovuto diventare di successo ?

Beh due cose realtivamente semplici:

  • sapere che bisognava lasciare i canarini in gabbia e invece fosse la stagione in cui cogliere i lime,
  • aver famigliarità con il modo di pensare di tutte le odiose del mondo.

Saranno state c@###te ma le hanno garantito una delle crescite più vertiginose di uno dei mercati in maggior crescita al mondo in una delle nazioni in cui c’è maggior competizione, c@###te che hanno trasformato la sua Start-up in una delle aziende più cercate dai ventures d’oltre-oceano.

Capiamo meglio …

“Sapere che bisognava lasciare i canarini in gabbia e invece fosse la stagione in cui cogliere i lime” in realtà significa merchandising

Già perchè uno dei punti più deboli di TUTTI gli e-commerce fashion che ho conosciuto è proprio la scelta dei prodotti: i merchandiser navigati che sanno esattamente tutto quel che accadrà quando si sente “digital” vanno nel pallone e danno forfait preferendo delegare a un branco di stagisti parvenue che magari hanno fatto una Marangoni con i soldi del babbo e pensano, dopo aver visto un po’ di vetrine e tre presentazioni del loro insegnante vestito da cavallerizzo (letteralmente e qualcuno qui probabilmente coglie) di saper comprare una collezione.

Se poi vai a veder l’assortimento di qualche super brand hanno comprato un pezzo per colore e un pezzo per taglia, magari della 38 e della 40 2 pezzi.
In Russia vendono sandali invece che stivali, in Giappone il bianco e via discorrendo.
Non faccio il nome sennò mi scappa la denuncia ma uno dei top 50 brand che si è affidato a un noto gestore di e-commerce è addirittura finito per non avere in assortimento on-line i prodotti che ha messo in advertising o quelli che ha in vetrina in Montenapo.
Esclusività o incapacità? Ci continuiamo a chiedere …

Sophia non lavorava per un brand faceva mix-and-match di poche cose ardite ma ben assortite (quelle che poi non ti rimangono a far ragnatele nel magazzino e poi sei costretto a svendere in perdita a gente come le flash-sales che inflazionano il brand o pseudo market place che son più competitor che alleati), verticalizzava gli outfit per un target chiaro, proponeva nel suo lookbook uno stile di riferimento più che seguire il total look o farzi influenzare e, perchè no, aveva una dote naturale (di quelle che i soldi di papi magari abilitano ma non comprano): quantità solo della roba che sarebbe andata e del resto del campionario, del resto cosa se ne sarebbe fatta? Solo capi adorabili!

“Aver famigliarità con il modo di pensare di tutte le odiose del mondo” si è tradotto in una delle più innovative iniziative di social-commerce

Già la “fighetta odiosa” che cosa fa appena ha comprato il suo nuovo capo-fluo-lime? Taaac! Manco dirlo auto-scatto instagrammato e postato su tutti i social da vero bimbo-minchia! Se magari a casa dell’amica o direttamente alla prima uscita immediatamente dopo l’acquisto, pure meglio. So.Lo.Mo al 100%.

Poi in america il twitter mi funziona meglio degli degli altri sociale quindi pure un #hashtag ci sta tutto e soprattutto permette di associare la foto al prodotto creando un nuovo ambiente di social-commerce.
nasty-gals-e-commerce-hashion
Morale ha inventato un nuovo metodo per la rappresentazione arricchita del prodotto, una sorta di crowd-sourcing sociale, che permette di valorizzarne le peculiarità come nessun fotografo potrebbe e, al contempo, crea un buzz di clienti entusiasti e automaticamente targettizzati (si sa che la fighetta odiosa ha una quantità di scambi sociali con altre fighette odiose assolutamente superiore all’aupicabile) tale da polverizzare qualunque idea di rating-and-review mai concepita prima.
Moderazione minima e successo assicurato.

Questa è un’idea relativamente semplice da applicare, servono sicuramente qualche sviluppo software (ci sono anche delle soluzioni che automatizzano la generazione/associazione degli #hashtag ai vari contenuti con certi criteri tassonomici), una certa organizzazione e poi molta creatività. Ma immaginatevi i ritorni che potrebbe indurre per certi player, chennesò, tipo un’azienda che produce vestiti per bambini, o una che commercializza gadget, articoli sportivi meglio se per atleti un po’ estremi, moto, auto etc …

Naturalmente poi c’è un blog divertente con un sacco di iscritti che lo leggono davvero come se fosse un magazine perchè è scritto da una delle odiose e non da una giornalista 40enne in sovrappeso che si ricicla facendo la finta digital, un’ottima digitalizzazione del prodotto, una bella customer experience leggera e veloce, il free-delivery in tutto il mondo e una serie di altre cose, ma tutto sommato, nulla di così rilevante come queste due piccole genialità.

L’Execution spesso è il discrimine per il successo: da Brin & Page in poi l’abbiamo capito non importa se la tua idea non è la più nuova di tutte, se butti il cuore oltre l’ostacolo e lo fai meglio di tutti, non perchè ci pensi ma perchè ti viene dal cuore, ce la farai.

E con un business-case così finiscono per starci più simpatiche pure le “fighette odiose”.

Buon social-commerce a tutti ;)

Anche a tu vorresti fare la start-up e fare successo seguendo le tuo passioni odiose? Segui gli aggiornamenti del blog su FB facendo un semplice like, a me farebbbe molto piacere :)

Oppure condividi il post sulla tua pagina.

About

This author hasn't yet written their biography.
Still we are proud contributed 245 great entries.

2 thoughts on “Fashion E-Commerce: NastyGal è il business-case dell’anno!
  1. Mirella says:

    ahhaha hai reso veramente simpatiche anche le nastygals…che ho sempre odiato…chiaramente!

Want to join the discussion?
Feel free to contribute!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *